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Immagine dal Monumento ai Caduti di Siracusa

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“Roger! Mon Dieu, Roger!”, gridò Jean, ma il vento gli ricacciò la voce in gola, costringendolo a inghiottire quell’orrore muto e disarmante.

Roger Meiers, il capitano, un istante prima gridava per incoraggiarlo, anche lui appeso al buio come Jean, mentre le pallottole gli fischiavano accanto e foravano il suo paracadute.

In battaglia era sempre stato il suo riferimento. Mille volte Jean lo aveva visto rischiare la vita per salvare un compagno e sempre lo aveva visto tornare sano e salvo, preoccupato solo di trovare, nell’inferno di ferro e di fuoco, un medico per soccorrere il suo uomo ferito. Aveva quasi cominciato a pensare che le pallottole gli scivolassero addosso, senza mai scalfirlo.

Adesso, invece, penzolava inerme, simile a un fantoccio, in balia del vento e sempre più lontano. Morto.

Sotto di sé, Jean vedeva lo scintillio delle raffiche di mitra punteggiare la campagna e, mentre inesorabilmente scendeva verso il proprio destino, udiva sempre più forte il ruggito spietato delle armi.

Poi un colpo gli lacerò il braccio e il dolore lancinante lo gettò nel panico.

Mentre il vento lo separava dagli altri paracadutisti, allontanandolo dal resto della squadra, la sua coscienza fuggì.

Una luce abbagliante sfondò il buio e il sapore amaro e forte di un ricordo cominciò a scorrere nella sua bocca, come un racconto.

 

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Le cavagne di ricotta fresca preparate da Concetta in onore di Jean

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Sollevò il piatto e se lo avvicinò al naso. Chiuse gli occhi e lo ascoltò, come gli piaceva fare.

Prati verdi e gialli, sotto un cielo terso, al confine con la spiaggia. Salata e vivace una risacca leggera gli massaggiava i piedi con la sabbia ruvida: la nipitella e le olive. Un vento fresco asciugava il sudore sulla fronte: questa era la menta. Più lontano vacche scure, campanacci di vitelli: la salvia. L’odore della canna delle cavagne frusciava di cespugli bassi e di macchia mediterranea e, a meno di un passo da lui, così vicino da sentirne tutto il calore, un enorme cavallo baio: la ricotta e gli asparagi, intensi, lenti, avvolgenti.


Una sensazione di piacevole leggerezza lo pervadeva dalla testa alle caviglie, mentre i suoi piedi sembravano aver messo le radici nella sabbia. Vedeva se stesso dritto in piedi con le braccia aperte, a respirare profondamente la gioia di quel momento, ma i suoi piedi si erano fatti di piombo e non poteva schiodarli dal punto in cui erano: due mani invisibili e forti lo trattenevano lì.

Era ancora assorto nell’ascolto degli aromi della campagna e non aveva toccato cibo.

Pippo, Maria e Cianuzzu ora lo guardavano coi cucchiai pieni di brodo sospesi a mezz’aria. Ma che cosa stava facendo? Non aveva fame? Che cosa aspettava a mangiare?

Concetta invece era estasiata. Jean stava veramente facendo onore ai suoi sacrifici, godendosi ogni sfumatura del profumo di quel piatto povero ma delizioso.

Jean appoggiò il piatto nuovamente sulla tavola. Prese un’oliva in mano, richiuse gli occhi e se la fece rotolare coi polpastrelli sul mento e sulle tempie. Era morbida e sensuale, come una carezza sul viso.

“Se quella non la mangi la puoi dare a me”, disse Pippo.

Jean si ridestò “Come?”

“Lascia stare”, fece Maria, “continua a... mangiare”.

Jean finalmente posò l’oliva sul piatto e prese in mano la forchettina d’argento.

Prelevò un po’ di ricotta e di asparagi. Delicatamente, con l’altra mano vi pose sopra due foglioline di menta. Ne respirò ancora il carattere rustico e mediterraneo e poi li mise in bocca.

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Decorazione a limoni, ceramica di Caltagirone

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“Non si è rotto”, osservò incauto un subalterno che si era fermato a guardare la scena.

“Mi stai dando dell’incapace?”

Per ribadire la gerarchia il primo capo squadra gli esplose contro un colpo di pistola che forò la parete a soli dieci centimetri dal suo braccio. Riprese il vaso e stavolta lo scagliò a terra con violenza. Dong! Un altro botto lungo e vibrante, armonioso come la campana di una cattedrale. Sul vaso nemmeno un graffio.

A questo punto il primo capo squadra, aspirante aiutante capo, s’irritò sul serio. Afferrò il vaso con tutte e due le mani, lo sollevò sopra la testa e lo scagliò con tutta la sua forza contro la parete di pietra. Nel fare questo qualche schizzo di ciò che era rimasto dentro il vaso da notte gli finì sulla faccia. “Merda!”, gridò.

“No, primo capo squadra, non ti preoccupare: quella è pipì”, lo rassicurò un altro scagnozzo. Stavolta il colpo di pistola sbagliò di soli cinque centimetri. A sentirli da fuori, i rimbalzi del vaso contro il muro e sul pavimento sembravano davvero rintocchi di campane.

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